
La Comunità Pastorale è intitolata a S.Antonio Abate, già venerato nel nostro territorio; un santo dedito alla ricerca di Dio e per questo considerato dalla tradizione Padre del monachesimo. Al suo esempio, alla sua seria e costante ricerca del volto di Dio e alla sua intercessione affidiamo il Progetto Pastorale delle parrocchie di Perego, Rovagnate, S.Ambrogio in Monte e S. Maria Hoè.
Abbiamo la convinzione che la frequentazione orante della Parola di Dio, la meditazione e la contemplazione di Gesù Cristo siano le fondamenta su cui costruire una Comunità e formare la fede dei singoli e dei gruppi alla missione. Lo stesso S.Antonio, pur essendosi votato alla vita eremitica nel deserto, quando ad Alessandria imperversarono le persecuzioni dei cristiani, non esitò a lasciare l’eremo per stare vicino alla gente.
Articolo Avvento-Natale15 novembre 2008Avvento e Natale: pedagogia dell’attesa
Entriamo, con questa domenica, nel primo tempo forte dell’anno liturgico. E il nuovo Lezionario ambrosiano, che entra in vigore proprio in questa circostanza, ci invita a considerare in unità l’Avvento e il Natale: non due tempi o due periodi, ma uno stesso mistero in due tappe che celebrano l’incarnazione dell’unico Dio nella fragilità della nostra carne.
Prendo spunto per la riflessione da alcune considerazioni di don Domenico Pezzini (sacerdote impegnato a Milano al fianco di situazioni marginalità dell’oggi, in particolare con credenti cristiani omosessuali) tratte dal un suo libro La forza della fragilità. Provocazioni sulla speranza cristiana (ed. Paoline, MI 2004). A proposito di questo tempo forte in cui stiamo entrando scrive: «Ci sono diversi modi di intendere la spiritualità del tempo di Avvento-Natale. Qui si è privilegiato l’aspetto della fragilità (…) L’Avvento è la stagione in cui la liturgia ci propone una sorta di pedagogia dell’attesa che si apre alla speranza (…) Il Natale, poi, giunge come invito a non avere paura e insieme ci annuncia che Dio, entrando nella nostra natura corporea, esalta le possibilità del corpo come linguaggio e ci orienta così ad accettare serenamente la nostra fragilità, a trasformare la debolezza in tenerezza (…) Ed ecco allora ripetersi un medesimo messaggio, a Natale come a Pasqua: come dalla passione e resurrezione di Gesù impariamo che le ferite guariscono e diventano insieme fonte di guarigione, così dall’incarnazione del Figlio di Dio impariamo che la creta di cui siamo fatti non può essere ostacolo al nostro cammino spirituale, perché essa contiene un tesoro». Come scrive S. Paolo: abbiamo un tesoro in vasi di creta perchè appaia la straordinaria potenza di Dio (2Cor 4,7). E aggiunge l’Autore: «In questa fragilità è sceso Dio stesso, il tesoro si è impastato con la creta e se questa riconciliazione si è realizzata, anche tutte le altre sono possibili: con noi stessi, gli altri, la vita».
E come fare per compiere questo cammino?
Innanzitutto l’Autore ci ricorda come «l’Avvento, in quanto tempo di attesa, sia proprio il momento più indicato per prendere in mano i nostri desideri e farne un cammino che ci porti all’incontro con Dio (…) Si tratta anzitutto di ripulire i vetri della sala d’aspetto dietro ai quali attendiamo di veder apparire il volto che risponderà alle attese del nostro cuore. Il punto è rivedere l’idea che abbiamo di Dio». Infatti il Vangelo della prima domenica di Avvento ci invita a ripulirci da false illusorie attese: «Badate che nessuno vi inganni. E se qualcuno vi dirà “Ecco il Cristo è qui” o “eccolo là” voi non credetegli» ammonisce l’evangelista (Mc 13,1-27).
Continua don Domenico Pezzini: «Il desiderio è una forza, ma per la nostra situazione di creature segnate radicalmente dall’ambiguità, può essere energia che costruisce o potenza che ci distrugge. Basta un poco di onestà con noi stessi per accorgerci che il desiderio va orientato e sostenuto perché posso contribuire alla costruzione di noi stessi». E allora la seconda domenica di Avvento ci invita alla conversione, a operare svolte radicali e decise nelle nostre scelte per orientare il desiderio verso il bene. E per orientarci al bene occorre porsi alti ideali. Scrive l’Autore: «Si capisce cosa significhi affermare che Dio sta al termine dei nostri desideri: vuol dire dar loro la dilatazione massima, proiettarli verso un traguardo immenso» alzare lo sguardo e sognare cose in grande…attendere la realizzazione di quei grandi sogni e speranze che sono al cuore delle attese dell’umanità. Proprio a questo ci invita la terza domenica di Avvento ricordandoci grandi figure come Abramo e Sara che sperarono…e furono esauditi.
Nelle ultime domeniche di Avvento, poi, questa attesa si raelizza, si fa realtà, si fa presenza di Dio nella nostra storia: Dio si fa carne. Scrive don Domenico: «Il Verbo eterno ha assunto la nostra fragilità e questa è la bella notizia del Natale (…) Dio sposa la fragilità al punto da farla diventare principio fondamentale del suo agire».
Tutto questo comporta nella fede importanti conseguenze:
1. Innanzitutto una conversione come cambio di prospettiva: «è proprio la nostra fragilità che lascia meglio trasparire la presenza e l’azione del Signore in noi. Là dove l’orgoglio erige un muro dietro cui ci barrichiamo per difenderci da Dio e dagli altri, la debolezza apre delle crepe e la breccia può diventare uno squarcio sul vero centro della nostra persona, che è Dio»
2. In secondo luogo un’educazione all’umiltà: «penso che difficilmente si possa arrivare all’umiltà se non si passa attraverso l’esperienza della debolezza e se non si accetta con onestà tale esperienza riconoscendola per quello che è e chiamandola con il suo nome: guardare i cocci senza farli sparire e ammettere che li abbiamo prodotti noi con la nostra imperizia maldestra. Ed è proprio questo riconoscimento il primo passo verso la salvezza (…) là dove è accettata e tradotta in umiltà diventa cammino salutare che porta alla serenità. Infatti la nostra debolezza non impedisce a dio di agire attraverso di noi, anzi ne manifesta più chiaramente la presenza».
3. E infine una grande fiducia, che, poi, è un sinonimo di fede: è la fiducia del «sentirci protetti. È qualcosa di cui abbiamo sempre bisogno ed è utile e bello riconoscerlo. Nella relazione interpersonale arriviamo talvolta a fare i bambini per sperimentare il calore e la forza della protezione». Come dice il salmo è quella fiducia per cui ci sentiamo “come un bimbo in braccio a sua madre” (Sal 131). «Così è nei due poli bambino/madre e nell’esperienza corrispondente di fragilità/protezione, che la debolezza da cui siamo segnati non ci paralizza nello sconforto ma diventa il perno dinamico che sostiene e muove il circolo della relazione tra noi e tra noi e Dio».
Concludendo l’Autore afferma: «Può darsi che la vita ci abbia ferito con esperienze di fragilità così dolorose da suscitare in noi la rivolta. Sarebbe una strada sterile e poco saggia. La scelta fatta da Gesù nel suo Natale viene a dirci che anche nella debolezza è nascosta una buona novella, un tesoro che tocca a noi scoprire e sfruttare per il nostro benessere. Anche con un mucchio di cocci, insomma, si può costruire qualcosa di bello».
E, allora, buon Natale a tutti nella fede che dentro i cocci della nostra vita è presente un grande tesoro: Dio! Auguri!!!! don Mario