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La Comunità Pastorale è intitolata a S.Antonio Abate, già venerato nel nostro territorio; un santo dedito alla ricerca di Dio e per questo considerato dalla tradizione Padre del monachesimo. Al suo esempio, alla sua seria e costante ricerca del volto di Dio e alla sua intercessione affidiamo il Progetto Pastorale delle parrocchie di Perego, Rovagnate, S.Ambrogio in Monte e S. Maria Hoè.
Abbiamo la convinzione che la frequentazione orante della Parola di Dio, la meditazione e la contemplazione di Gesù Cristo siano le fondamenta su cui costruire una Comunità e formare la fede dei singoli e dei gruppi alla missione. Lo stesso S.Antonio, pur essendosi votato alla vita eremitica nel deserto, quando ad Alessandria imperversarono le persecuzioni dei cristiani, non esitò a lasciare l’eremo per stare vicino alla gente.
"Dimissioni" di don Giorgio
20 maggio 2010

Le ragioni di una scelta

di don Giorgio De Capitani

 

Restare in una parrocchia per quasi quindici anni, non è poca cosa. (Sono arrivato a Monte a metà ottobre del 1996). Solitamente il tempo fissato dalla curia è di nove anni. Almeno, per un parroco. Inoltre, bisogna considerare anche l’età. Gli anni pesano, e pesano soprattutto se ci si dedica alla comunità anima e corpo. Senza evadere mai. Ma non c’è solo la comunità cristiana in quanto tale: siamo credenti e siamo cittadini. E il paese non può essere un hobby, tanto meno per un cristiano, tanto meno per un prete. La religione può stressare in tutto ciò che richiede la macchina dell’organizzazione, ma il bene comune va oltre, e ti pone di fronte alle problematicità veramente esistenziali. 

 

Ma non penso che questi ragionamenti bastino per convincere la gente di una decisione su una eventuale dimissione del mandato. Anzi, potrebbero sembrare controproducenti.

 

Sul mandato bisognerebbe essere chiari. Quando sono arrivato a Monte si era appena costituita l’Unità pastorale con la parrocchia di Rovagnate. Ovvero: due parrocchie con un unico parroco. Dunque, mi era stato affidato un mandato con specifici e relativi incarichi pastorali, che consistevano inizialmente nel celebrare la Messa e tenere un breve incontro di preghiera la domenica pomeriggio. Tutto qui.

 

Poi, come succede quando il prete (parroco o non parroco alla gente non importa) è sempre in loco, e anche per il mio carattere, gli impegni sono andati via via aumentando fino ad assumermi quasi in toto la responsabilità della comunità di Monte.

 

Tutti sanno che ultimamente l’Unità pastorale si è trasformata in Comunità pastorale: unico parroco per quattro comunità (Rovagnate, Monte, Perego e S. Maria Hoè). Chiariamo. L’intento della Comunità pastorale non è solo quello di avere un unico parroco, ma consiste anche e direi soprattutto nell’unificare e coordinare le attività delle quattro comunità, collaborare coralmente in alcune iniziative, stabilire dei punti di riferimento ben precisi, tendendo a raggiungere prima o poi un unico progetto pastorale lasciando meno autonomie possibili.

 

Come si può facilmente intuire, ne deriva che qualcuno deve fare marcia indietro e qualche altro invece accelerare. Ma il rischio è evidente: voler trovare una via di mezzo o, meglio, omologare il tutto pur di accordarsi a tutti i costi; e può succedere che il livello di maturità pastorale di una parrocchia, raggiunta con una certa fatica e tra difficoltà d’ogni genere, debba essere costretto a scendere di quota, pur di… stare in linea con le direttive della Comunità pastorale.

 

Queste cose le ho dette e ripetute più volte.

 

E che cosa è successo? È successo che a voler fare il bastian contrario si è creata una situazione di isolamento della comunità di Monte che, tra l’altro, ripetutamente è stata messa sotto accusa dalle altre. Questo disagio poteva anche essere messo in conto purché si avesse qualche speranza di ottenere a lungo andare l’effetto desiderato, ovvero il miglioramento della stessa Comunità pastorale.

 

Io ci ho sperato, ma ora non più, e non mi sento più di tirare troppo la corda creando divisioni, remore o altro. Non è per nulla bello star qui ad aspettare due o tre anni perché, raggiunto il termine canonico del mandato, tutto rientri in riga. Perciò...

 

... d’accordo con monsignor Bruno Molinari, Vicario Episcopale della Zona di Lecco, ho deciso di lasciare ogni incarico pastorale, oltre il “dovuto”. Rimarrò fisicamente a Monte per quanto sarà preziosa la mia presenza, celebrerò le S. Messe feriali, al sabato sera la Messa prefestiva delle ore 17, momentaneamente la Messa festiva delle ore 8 e la Messa delle ore 18 a Rovagnate. Tutto il resto - catechesi, oratorio, feste ecc. ecc. - sarà affidato alla Comunità pastorale. A partire dal primo di giugno.

 

NOTABENE

* La mia presenza fisica potrà avere una sua importanza: quella di tenere aperti e disponibili gli ambienti parrocchiali.

* Tuttavia cercherò di non essere d’intralcio alla conduzione d’insieme della Comunità pastorale. Le mie convinzioni di fondo non muteranno: il silenzio non dovrà essere visto come assenso. Spero solo che la comunità di Monte terrà in considerazione almeno qualche principio di fondo che in questi anni ho cercato di inculcare in vari modi: sia nelle omelie sia nelle iniziative che sono state fatte.

* Infine, sia ben chiara una cosa: l’iniziativa di lasciare gli incarichi è stata unicamente mia, e non è dunque dipesa dalle polemiche che ho suscitato nel passato, e che tuttora continuano. Non è arrivata nessuna pressione dalla Curia, e tanto meno dal mio cardinale. Il fatto che i Superiori mi lasciano ancora qui è una prova di quanto sto dicendo. Ad ogni modo, essendo più libero da legami con la mia comunità di fede, mi sentirò ancora più libero e determinato nel portare avanti le mie lotte socio-politiche. Sì, ho perso un po’ di impegni “religiosi”, a vantaggio però di quella apertura all’Umanità che costituisce il cuore del Cristianesimo radicale.

 

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